ovvero
Sto bene, davvero.
le parole che
sentivi di dovermi dire, stretta
nel lino di coperte che non sono le mie,
dovevano saper di sabbia
in bocca
e di ferro sul costato.
perché arsero la tua lingua
e inchiodarono il fiato nei polmoni, colpevoli
nell'atto preciso di espirare.
e il silenzio nacque, come spesso, dalla paura.
Le luci si inseguono rapidissime nella cornice stretta del finestrino.
Chi mi ama davvero?
Unisco i puntini delle parole con cui gioco, nulla è cambiato dai mattoncini che assemblavo e dalle storie che rubavo ai telefilm della mattina per animarli, sono gli stessi giochi e sono il medesimo io stesso. Dimentico le date e mi racconto che sia indole, un vezzo quasi, una di quelle sfumature che mi ricalco sul viso se mi osservo in controluce, eppure so bene che non è così, la mia è paura, da manuale.
Il tempo mi appesantisce con la sua vastità, le molteplici possibilità che esso comporta e le scelte che facciamo per cercare di trovare un percorso: il nostro comune costruirci una vita tramite azioni e reazioni, illudendoci di avere un qualunque controllo, o se così non è, illuderci allora che il controllo su ciò che avviene sia in mano a un dio o a qualche suo sottosegretario in terra che ci possa aiutare, che possa vegliare su di noi.
Eppure nessuna scelta è utile.
Fate figli, voi. Che figlino un giorno anche loro e lo stesso facciano poi i vostri nipoti.
L'umanità prende tempo in attesa della rivelazione, della verità.
La verità è che non saremo salvati. Saremo polvere secondo i più ottimisti.
Bloccato nelle zone d'ombra della mia parabola evolutiva cerco una strada che non porti da nessuna parte, resto in rotonda a fare i freni a mano e dei vostri tempi "casello a casello" poco me ne cale.
Dovresti volerti più bene e non finire la bottiglia di mezcal.
Dovreste volermene di più voi e servirmene ancora fino a che non mi vedrete esangue, cadere a terra e coprire il mio sangue.
Signore delle steppe di cemento e delle luci al neon
signore della wodka
dammi fuoco e non farmi svegliare domani
prima delle tre
Rendimi degno di te.
Signore delle gonne corte e delle gambe bianche
signore delle donne inginocchiate
tagliami gola e lingua, non farmi svegliare
senza caffè
Rendimi fiero di te.
Il genio è Welles, io sono il riflesso delle possibilità mancate. Una sciarada con il ghiaccio nel bicchiere, whisky a tintinnare mentre le dita, in vecchio stile, lo alchimizzano e si tuffano dove io non sopravviverei un minuto. Trenta secondi col fiato che mi ritrovo.
Il figo è Dean, io c'ho una peugeout, obbiettivamente: dove cazzo voglio andare?
Benzinai alla deriva, a mezz'aria galleggiano senza peso, fatti dei loro effluvi mentre un pasticcere trozkijsta del sud italia canta e balla! Questo vedo quando chiudo gli occhi.
Pirati che soggiogano gli stupidi! Le Luci relegate a marionette intontite e deliranti, per la fame, per la rabbia, e per la paura. Anche questo vedo.
Non chiedermi perché non dormo.
NON DORMO - stop - PORTA ANSIOLIT E BOURBON - stop - E LE mutandine NERE - stop - QUI È CALDO - stop - DELIRO - stop - DELIRIO - stop - E TREMO. - stop -
Tatuaggi che sculettano verso il bagno, dalla prospettiva privilegiata del mio letto li osservo mentre scivolo sul comodino in cerca di un accendino. Li guardo ondeggiare su quei fianchi che sono diventati di colpo forme prive di significato: si sono svuotati, all'improvviso e per di più in sincrono preciso con le mie palle, ed è difficile non notare la coincidenza. Se non la noti, la differenza di cui sopra, dicono che sia amore.
Gli autogrill sono belli di notte e le donne, sinceramente, vorrei scoparle tutte. Credo di amarle tutte, di volere bene a poche di loro e di rispettarne ancora meno. Con gli uomi è peggio, cazzo.
Cerco i motivi per prendere l'uscita giusta e tornare a casa anche stanotte. Li conto, i motivi di cui sopra, sulle dita della destra e ne avanzano abbastanza per tenere in mano il joint.
God bless ya, kids.
Buon ritorno a casa. Non aspettate alzati.
*Avvertenze: da leggere tutta d'un fiato, incazzati, e ogni bang! deve suonare più forte e più incazzato di quello precedente.
BANG! Sulla folla. Sempre. Che urli o che parli sottovoce è comunque fastidiosa e istupidita. La mia ricetta per educare le masse? Due strati di napalm e uno di cemento.
BANG! Sul mio alcolismo. Diciamo le cose chiaramente: io ho bisogno di bere. Tu no invece, lo so, ed è proprio per questo che bevo, per sopportare la tua adeguatezza.
BANG! Sulle donne. Siete false, frivole e false. E frivole. E dato che Tarantino è il mio messia, vi sparo in testa due volte, non si sa mai. BANG!
BANG! Sui neo-con. Perché tra il fascismo e la destra “adatta ai tempi” la distanza è di marketing, non di sostanza.
BANG! Su chi vive nella mia città. Sogno di posare una cupola di plexiglas sulla cintura di Torino e già mi vedo: sorridente, appoggiato al suo esterno mentre aspiro lentamente ogni centimetro cubo d’ossigeno. Cari concittadini, vi osserverei boccheggiare sgranocchiando popcorn, e l'attimo dopo la vostra orribile morte camminerei per le strade deserte cantando “what a wonderful world” mentre tiro calci ai vostri corpi ancora caldi.
BANG! Sulla televisione. Un colpo al centro esatto dello schermo per i venduti che hanno ridotto in ginocchio l’Italia e raso al suolo le nuove generazioni: avete trasformato un paese malridotto in un paese che si vanta di essere malridotto. Complimenti.
BANG! Sulla mia memoria. Perché ricordo tutte le cazzate che ho detto. Mi dimentico solo di quanto male mi facciano quelle cazzate, così sono libero di farmi male di nuovo.
BANG! Sul governo (passato). La legge sul conflitto d’interessi ve la siete scordata? Fate ridere. Siete servi o stupidi? Non blaterate le vostre solite rispostine politically correct, ve la suggerisco io la risposta corretta: Siete servi stupidi.
BANG! Sui razzisti. Di qualunque tipo siano, perché non conta che pelle hai, se scopi una donna o un uomo o quale culto i tuoi genitori abbiano scelto per te, troverai sempre qualche idiota che pensa di mangiare merda migliore di quella che mangi tu. E si sbaglia, siamo tutti alla stessa mensa del cazzo.
BANG! Sui depressi. La tua vita fa schifo? Anche la mia ma ti assicuro che se eviti di passare il tempo a frignare ti passa più in fretta. E soprattutto tieni a mente che a me non me ne frega un cazzo di te e della tua vita, al massimo ti procuro delle lamette.
BANG! Sul vostro dio del cazzo, qualunque nome gli diate e in qualunque lingua lo preghiate di risparmiare la vostra vita a discapito di quella di qualcun altro. Caro Karl, la religione non è solo l’oppio dei popoli, è anche l’anfetamina degli idioti. Che siano bombe a bordo di un aereo pieno di turisti o bombe sui civili libanesi o bombe al fosforo su falluja, cambia niente, scavi due secondi e trovi qualche dio a benedire gli uni e a maledire gli altri e viceversa. Scavi altri due secondi e scopri che in realtà i potenti si travestono da sacerdoti solo per impressionare i pezzenti e convincerli ad ammazzare altri pezzenti.
BANG! Sul denaro. Perché non è reale ma pesa sulle nostre vite come se lo fosse. Perché scava solchi e giustifica ingiustizie, corrompe ciò che tocca e affama ciò che scansa, perché ci hanno fatto credere che tutto ha un prezzo e soprattutto perché i miei sono solo i deliri di un morto di fame.
BANG! Sugli amici. Vi sparo infami, ma vedrò di mirare due dita sopra la fronte. Vi faccio questo regalo così non vi sentirete troppo in colpa quando mi sparerete nella schiena.
BANG! Su di me. Perché sono un malato, uno di quelli che il proprio equilibrio se l’è giocato in una partita di blackjack anni addietro e ha perso miseramente.
E ora guarda il croupier e si domanda: Avrò abbastanza fiches per restare seduto a giocare un’altra mano?
Mentre avrebbe più senso che si chiedesse: Se cambio le fiches che mi restano, ce la faccio a pagarmi un altro drink al bar?